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Suzanne Vega
Riservata, sobria, schiva. Suzanne Vega e' un'antidiva per scelta. "Se tieni un basso profilo puoi durare piu' a lungo, anche se magari non finisci sui giornali". Lo dice con una punta di soddisfazione, con la consapevolezza di chi sa come sedurre il pubblico senza bisogno di stupirlo. "Il mio modello è Leonard Cohen: l'avete mai visto ubriaco o con look stravaganti? Eppure e' fantastico". Parla con lo stesso garbo che mette nelle sue interpretazioni questa quarantenne "songwriter" di Santa Monica, California. "E' la cantautrice piu' personale, forte e completa degli ultimi anni", proclamo' il New York Times. Ed e' stata proprio lei ad anticipare il boom del rock femminile d'oltreoceano, ad aprire la strada alla generazione di Tori mos, Sheryl Crow, Lisa Germano, Fiona Apple, Alanis Morissette.
Oggi, Suzanne Vega puo' guardarsi indietro e scorrere la sua carriera attraverso i suoi tanti successi, racchiusi nell'antologia Tried and True. E può dire di aver realizzato il suo sogno di scrittrice. Le edizioni Minimum Fax, infatti, hanno pubblicato "Solitude Standing", la traduzione di "The Passionate Eye", un libro di racconti, poesie e canzoni inedite della cantautrice tradotto da Valerio Piccolo. Ma nel 2001 è uscito anche il suo nuovo album, Songs in Red and Grey, un disco in cui Suzanne affronta in chiave autobiografica l'esperienza del divorzio dal suo ex-produttore, Mitchell Froom: "Era sempre in giro per lavoro, non riuscivamo piu' a tenere in piedi il nostro rapporto. E' triste, ma la carriera ha contato piu' degli affetti - ammette -. Ma sono pochi i brani dell'album che raccontano di Mitchell". Tra le note, però, le emozioni sono palpabili: "Spero che le donne che stanno affrontando un divorzio troveranno un sollievo nell'ascoltare queste canzoni: nonostante i temi trattati, non sono malinconiche".
Prodotto da Rupert Hine, già a fianco di Tina Turner, Songs in Red and Grey riporta Suzanne Vega alle sue radici di folksinger, con una manciata di canzoni sobrie e riflessive: "Sono pezzi acustici con testi molto enfatici. Ricordano lo stile dei miei primi dischi, ma sono più diretti, più personali, più emotivi, più melodici". Il titolo dell'album fonde opposti estremi: "Il rosso simboleggia la passione, il cuore; il grigio la ragione. Il rosso richiama la giovinezza, il grigio la maturità". E le tredici tracce attraversano stati d'animo contrastanti: malinconia, speranza, angoscia, rabbia. Si passa così dal doloroso senso di perdita di "Harbor Song" e "Widow's Walk" al j'accuse orgoglioso di "Machine Ballerina", dai cupi tormenti di "Soap and Water" e "Penitent" alla grazia innocente di "Priscilla".
"Luka sono io"
La ex-ragazzina timida dei folk-club newyorkesi è diventata madre di una bambina, Ruby. E ha rivelato di essere stata lei stessa la vittima di quelle violenze narrate in una delle sue canzoni più celebri, "Luka": "Mi sono nascosta dietro questo personaggio immaginario per raccontare l'incubo della violenza sui bambini, che da piccola ho vissuto sulla mia pelle. Ebbene sì, Luka sono proprio io".
Un'infanzia difficile per molti aspetti, quella di Suzanne Vega. Ha nove anni quando scopre che lo scrittore portoricano Ed Vega, con cui vive insieme alla madre a New York e' solo il padre adottivo. "E' stato uno shock, ho dovuto riesaminare la mia identita': mi piaceva l'idea di essere per meta' portoricana, e invece, improvvisamente, scoprivo di essere bianca al cento per cento". Nella Grande Mela, Suzanne respira un'atmosfera multiculturale: frequenta la comunita' ispanica, ascolta musica sudamericana e studia danza alla High School of performing arts. Poi si laurea in inglese alla Columbia University. La passione per la musica - che coltiva scrivendo canzoni fin dall'eta' di 14 anni - la indirizza verso il circuito folk del Greenwich Village. E sara' un concerto di Lou Reed nel 1979 a folgorarla sulla strada del rock: "Era la prima volta che vedevo un artista affrontare con coraggio temi come la violenza e la disperazione. Capii che avrei potuto scrivere canzoni sugli esclusi, sulla gente della strada, che sarei potuta diventare una folksinger". Ed e' poprio con testi minimalisti, innestati su delicate trame sonore, che Suzanne si presenta alle prime audizioni".
"Era orribile - racconta -. Capiva di suonare davanti a un tizio che mangiava una bistecca di maiale e beveva birra, e alla fine ti diceva: "No grazie". Ma quella ragazzina con la chitarra, che sogna di seguire le orme di Bob Dylan, conquista Nancy Jeffries della A&M. "Puo' vendere trentamila copie", e' la scettica previsione dei discografici. Ne vendera' piu' di un milione con il suo album d'esordio Suzanne Vega. Lo stile e' molto personale: voce tenue, spesso sussurrata, frasi brevi: "Ho avuto l'asma per molto tempo, non potevo respirare e tenere le note lunghe", rivelera' poi.
Una foto di Marlene
Le canzoni sono poesie intimiste, svelano il lato oscuro dell'amore, le piccole malinconie quotidiane. "Oggi mi sento una piccola cosa triste/ come un marmo/ come un occhio.../ Sono persa dentro la tua tasca/ sono persa contro le tue dita", canta in "Small blue thing", una delle sue confessioni piu' struggenti. Scatta inevitabile una domanda un po' impertinente: ti senti ancora "a small blue thing", Suzanne? Lei ride, poi replica pacatamente: "Solo qualche volta. Il fatto e' che la tristezza mi spinge di piu' a scrivere. Quando sono allegra, invece, preferisco andare a ballare o fare shopping".
Il primo, fortunato singolo e' "Marlene on the wall", intensa ballata ispirata non dal Muro di Berlino, come le chiedo incautamente, ma da un "more anonymous wall", come corregge lei, ovvero il muro della sua camera da letto, dove Suzanne teneva appesa una foto di Marlene Dietrich. Il successo e' bissato due anni dopo da Solitude Standing, il secondo album che vende tre milioni di copie sull'onda del successo di "Luka", vibrante denuncia delle violenze sui bambini. Una battaglia che la cantautrice di Santa Monica ha condotto anche sotto le insegne di Amnesty International, partecipando a concerti di beneficenza per l'infanzia. "Oggi qualcosa e' cambiato nella mentalita' delle persone - osserva -. Chi commette abusi, e anche i poliziotti che fanno finta di non vedere, rischiano molto di piu'. Luka si rivolgeva ai vicini di casa proprio perche' volevo puntare il dito contro l'indifferenza della gente". Il brano diventa "canzone dell'anno" negli Stati Uniti e, in Italia, viene tradotto in una cover di Paola Turci.
Una carovana di cantautrici
Nel frattempo arrivano fortunati concerti in America e in Europa, aperti sempre da "Tom's diner", canzone "a cappella" su un noto ristorante di Broadway, che verra' poi riarrangiata in chiave rap dagli inglesi Dna. Poi usciranno Days of Open Hand, in tono minore, e 99.9 F, con la splendida ballata "In Liverpool", "la citta' di uno dei miei primi ragazzi". La base acustica si arricchisce con spunti pop-rock e perfino industrial. E tra i Nine Objects of Desire del successivo lavoro, ci sono pure due passioni adolescenziali mai sopite: bossa nova e jazz. Un repertorio che Vega porta in giro per l'America con la carovana di "Lilith Fair", il primo tour tutto al femminile della storia del rock: "Non pensavamo di avere tanto successo, e' stato fantastico. Merito soprattutto dell'organizzatrice, Sarah McLachlan (nota folksinger statunitense, ndr) che ha creato un clima accogliente e ha avuto l'intuizione di destinare in beneficenza parte degli incassi per sostenere i diritti delle donne".
Nonostante il successo, pero', il personaggio-Vega e' sempre rimasto un'incognita. Nessun pettegolezzo, nessuna stravaganza ha mai toccato la vita di questa rockstar sui generis. "Eppure la mia vita e' molto strana - rivela con un pizzico d'orgoglio - solo che nessuno lo sa. Sono riservata, ma non timida, e mi sento una scrittrice piu' che una rockstar".
Gia', scrivere canzoni, e' questa la sua vera passione: "Molte volte nascono come sogni, le butto' giu' senza pensarci. E dopo capita che non riesco piu' a capire che cosa volevo dire".
Buddhista da diversi anni, Suzanne dice di non partecipare piu' ai riti come un tempo: "Ma a casa tengo ancora il mio piccolo altare; l'unico problema e' che ora tra la vasca dell'incenso e le candele ci sono i pupazzetti dei sette nani di Ruby...".
La vita mondana di New York non l'attira: "Niente feste, frequento poca gente. L'altro giorno pero' ho visto Lou Reed, è sempre un tipo divertente". E della Grande Mela dice: "E' diventata una citta' piena di rabbia e di violenza, mi fa soffrire; ma la vita culturale e' sempre molto stimolante". Ora, gia' pensa a un nuovo disco: "Sara' un ritorno alle atmosfere acustiche. Per ora ho solo idee abbozzate. In genere, quando compongo, il ritmo mi viene spontaneo. Sulla melodia, invece, devo lavorare molto". Continuerà a farlo, c'è da scommetterlo. Magari con Ruby in braccio e la chitarra in mano. Sempre lontano dai clamori del mondo del rock.